Sindrome di Down: i falsi miti da sfatare

di: Redazione - 26/07/2018
Sindrome di Down: i falsi miti da sfatare

Intorno ai bambini e ragazzi affetti dalla Sindrome di Down persistono ancora molti stereotipi e pregiudizi, che vanno ad inficiare l'inclusione sociale e scolastica.

Vediamo quindi quali sono per far sì che si possa migliorare l'approccio con chi ha la Sindrome di Down.



  1. Sono tutti uguali (affettuosi, amanti della musica ecc)

Le uniche caratteristiche che hanno in comune sono un cromosoma in più rispetto agli altri, un deficit mentale e alcuni aspetti somatici.

Ogni persona con Sindrome di Down è però diversa dall'altra, e le differenze dipendono da fattori costituzionali, dal tipo di educazione ricevuta in famiglia a scuola.



  1. Sono sempre felici e sereni

Anche in questo caso, la serenità è legata a molti fattori, come il carattere, il clima familiare, le attività sociali svolte. Chi ha la sindrome di Down semplicemente manifesta in modo molto esplicito le proprie emozioni.



  1. Esistono forme lievi e forme gravi di Sindrome di Down

Il grado di ritardo mentale non dipende dal tipo di trisomia, anche se esiste una forma più rara (mosaicismo) in cui il ritardo può essere molto lieve.



4. Non vivono a lungo

La durata della vita media è aumentata molto. Oggi l’80% delle persone con sindrome di Down raggiunge i 55 anni e 1 su 10 raggiunge i 70 anni.



5. Possono eseguire lavori ripetitivi che non implicano responsabilità

Sono sempre più numerosi gli esempi di persone con sindrome di Down che, grazie ad un inserimento mirato, possono svolgere sul lavoro mansioni che implicano anche l’uso di macchinari complicati, sono in grado di risolvere problemi nuovi con creatività e assumere responsabilità raggiungendo competenze molto superiori alle attese.



6. Vanno a scuola soprattutto per imparare a socializzare

Le persone con Sindrome di Down imparano nella grande maggioranza a leggere, a scrivere e la matematica di base. Possono continuare a migliorare i propri apprendimenti e a coltivare interessi vari.

7. Sono ipersessuati oppure eterni bambini privi di interessi sessuali

Gli adolescenti con sindrome di Down non differiscono dagli altri per quel che riguarda l’età dell’inizio della pubertà, né per l’anatomia degli organi sessuali. Provano desideri e hanno fantasie sessuali come altri loro coetanei.Vi sono ancora incertezze sulla capacità riproduttiva del maschio con sindrome di Down. Si sa che la sua fertilità è molto ridotta anche se si conosce il caso di un uomo con sindrome di Down che ha avuto un figlio. Le donne sono assai più fertili.



8. Hanno genitori anziani

Attualmente il 75% dei neonati con sindrome di Down ha genitori sotto i 35 anni. Il dato è legato alla differente distribuzione dei nati nella popolazione: nascono in assoluto più bambini da donne giovani che da donne anziane, quindi anche se il rischio di avere un bambino Down per una donna giovane è più basso, in numeri assoluti ci sono più bambini Down figli di coppie giovani.



9. Sono incapaci di avere rapporti interpersonali di amicizia, fidanzamento o matrimonio.

L’affettuosità delle persone con sindrome di Down è intelligente e selettiva. Il frequentare la scuola dell’obbligo favorisce l’instaurarsi ed il consolidarsi di rapporti di amicizia.

Con il passare degli anni, però, è possibile che i vecchi compagni ed amici frequentino sempre meno i giovani Down, proprio quando questi ne avrebbero più bisogno.



10. Non sanno di essere portatori di handicap.

Un bambino con sindrome di Down è in grado di capire fin da quando è piccolo la propria diversità rispetto ai compagni e ai fratelli.

Il suo rapporto con il proprio handicap sarà tanto più sereno quanto più i genitori riusciranno ad affrontare con lui il discorso sui problemi associati alla sindrome, sottolineando le sue capacità e i suoi limiti ed aiutandolo ad acquisire un senso di autostima.



11. Dovranno sempre vivere con i genitori e poi con i fratelli.

Una persona con sindrome di Down desidera fin dalla sua adolescenza dei rapporti alternativi a quelli esclusivamente familiari.

È necessario quindi potenziare le soluzioni per una vita adulta relativamente autonoma dalla famiglia, ad esempio presso comunità alloggio e case famiglia.

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